Come si svolgono le liberazioni di schiavi?

24 ottobre 2018

La liberazione degli schiavi è un lavoro molto impegnativo per le persone coinvolte. Capacità di negoziazione e determinazione sono decisive.



In primo luogo, come apprendono i liberatori dove si trovano gli schiavi del Sudan del Sud? In un’intervista con CSI il liberatore Saleh* dichiara: “Abbiamo un comitato in Sudan che cerca di rintracciare gli schiavi”.

Supporto decisivo dei capi villaggio locali

 

In un caso tipico il liberatore visita il proprietario di schiavi a casa. Non prima però di avere avvicinato lo sceicco locale e di essersi assicurato il suo sostegno e la sua legittimazione. “Concludiamo cogli sceicchi locali un accordo: offriamo loro vaccino per il bestiame in cambio per il rilascio degli schiavi”. Soltanto dopo i liberatori vanno a raccogliere gli schiavi per portarli a piccoli gruppi in un campo di raccolta. Dopodiché sono tutti rimpatriati nel Sudan del Sud.

A volte, in un primo momento il proprietario si rifiuta di liberare lo schiavo, rendendo necessarie più visite per convincerlo ad accettare il “baratto”. Anche Saleh conosce situazioni simili; in questi casi cerca ad ogni modo di ottenere la libertà dello schiavo. Il comitato di liberatori fa anche venire lo sceicco per trattare col proprietario renitente. “A volte per ottenere la liberazione di una persona dobbiamo dare loro la quantità doppia di vaccini. In situazioni estreme lo sceicco deve liberare gli schiavi di forza”, ci dice Saleh.

Anche la liberazione di Ken Akok Akooh non riuscì al primo tentativo. Catturato nel 1998, era maltrattato e umiliato dal padrone e dai suoi figli per ogni piccolezza. Non osava tuttavia fuggire, avendo assistito con i propri occhi all’assassinio di alcuni schiavi fuggiaschi. “Fui così intimidito da abbandonare ogni pensiero di fuga”. Inoltre fuggire da solo sarebbe stato pericolosissimo. Una volta scappato, a chi rivolgersi? Per uno schiavo sud-sudanese, sarebbe stato quasi impossibile trovare supporto.

Ken fu rilasciato nella primavera del 2017 dopo la seconda visita in pochi giorni del liberatore e il pagamento di vaccini per il bestiame.

Incontri al mercato

 

Non è insolito per i liberatori incontrare schiavi ai mercati. Franco Majok, responsabile del progetto, spiega: “Gli schiavi possono recarsi al mercato per comprare cibo e altri beni per la famiglia del padrone”. In questi casi il liberatore porta gli schiavi incontrati direttamente all’accampamento, senza contattare il proprietario.

Questo fu il caso di Ajok Deng Ding fine gennaio 2018. La donna, tenuta schiava, era maltrattata e frequentemente sgridata e oltraggiata dalla moglie del padrone. Subisse inoltre la mutilazione genitale femminile e fu costretta a convertirsi all’islam.

Un giorno, recatasi a un mercato in un vicino villaggio, incontrò un liberatore con il suo team che le spiegò la sua missione. Senza alcuna esitazione Ajak andò con lui. Fu portata dapprima in un punto di raccolta e poi, in febbraio 2018, con tutti gli altri schiavi liberati nel Sudan del Sud.

Può anche succedere che il liberatore incontri uno schiavo al lavoro e che lo aiuti a fuggire. Un caso come questo, non privo di pericoli, successe a inizio 2018: un liberatore incontrò Garang Mathok Abu mentre andava a cercare acqua per la famiglia del padrone. Il suo benefattore chiese se era un Dinka tenuto schiavo da arabi e se desiderava tornare nel Sudan del Sud. “È il mio più grande desiderio”, fu la pronta risposta di Garang. Il liberatore gli disse di andare nel bosco vicino, comportandosi come se stesse lavorando e di aspettarlo. Garang seguì le istruzioni; dopo averlo raggiunto il liberatore lo portò dapprima al suo accampamento e poi, finalmente, nel Sudan del Sud.

Fuga pericolosa

 

Alcuni schiavi tentano la fuga; il liberatore Saleh enfatizza tuttavia quanto questa terza variante sia pericolosa, specialmente quando i fuggitivi sono persone in buona salute, e quindi, buoni lavoratori preziosi per gli schiavisti.

Ajok Avac Buk riuscì a fuggire. Gli anni di schiavitù furono per lei un tormento senza fine. Non importa quanto si applicasse, non poteva mai accontentare il padrone, che la ripagava con umiliazioni, colpi e ripetuti abusi sessuali. “Fui persino forzata a convertirmi all’islam e a subire la mutilazione genitale femminile”. Disperata, pensava spesso alla fuga. Ma dove andare in un ambiente ostile dove i sud-sudanesi non godono di alcun diritto, circondata da una cultura e una religione estranee?

Un giorno, però, apprese che un liberatore di schiavi che riporta i Dinka al Sud soggiornava nei dintorni. “In quella stessa notte aspettai un momento propizio e fuggì. La paura di essere presa mi attanagliava”. Ajok era ben cosciente del pericolo.

“Per fortuna trovai presto il liberatore in un villaggio vicino. Mi portò subito nel suo accampamento, dove incontrai altri Dinka liberati. Tutti insieme camminammo poi vari giorni e notti prima di raggiungere il paese dei Dinka”.

Gli schiavi fuggono soltanto quando sanno che un liberatore è nei dintorni. “Una fuga senza aiuto è troppo pericolosa e può avere conseguenze letali per il fuggitivo”, spiega Franco Majok.

Che Ajok sia subito stata portata all’accampamento e poco dopo sia avvenuto il rimpatrio non è un caso. Saleh: “Proprio nei casi nei quali i fuggiaschi sono schiavi in buona salute, essi sono intensamente ricercati dai loro padroni, che cercano di strapparceli anche con la forza. Ecco perché cerco di riportare il più presto possibile al Sud i fuggitivi”.

Liberazione e rimpatrio rimangono dunque un’impresa non semplice e spesso pericolosa, resa però possibile dalla buona rete di relazioni intrattenuta da CSI nel Sudan del Sud. E siamo decisi a proseguire! Si stima ci siano ancora oltre 20 000 schiavi nel Sudan. Reto Baliarda

Reto Baliarda

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Progetto Sudan del Sud