Un nuovo inizio ad Aleppo

18 marzo 2019

Per più di quattro lunghi anni, Aleppo è stata teatro di terribili combattimenti tra esercito e ribelli islamisti. Due anni dopo il ritiro dei ribelli gran’parte della città è stata rimessa in sesto. I bisogni degli abitanti sono però ancora immensi. In questo contesto s’impegnano CSI e i Maristi blu.



“Aleppo, la nostra città, sta morendo. È asfissiata […]. La guerra si sta estendendo a sempre nuovi quartieri. Dappertutto fuggiaschi. Errano nelle strade, si sono rifugiati nei giardini pubblici, nelle scuole […]”, scrivevano in una lettera del 26 luglio 2012 i Maristi blu, con i quali CSI collabora in Siria.

All’occasione di un concerto per raccogliere fondi in dicembre 2018 a Losanna, incontrai Dr. Nabil Antaki, medico siriano e cofondatore dei Maristi blu. Antaki narrò quanto successo negli ultimi anni: la città tagliata in due, la parte occidentale controllata dalle truppe governative e la parte orientale e meridionale in mano ai ribelli. Nel giro di alcuni giorni, mezzo milione di civili si rifugiarono nella zona controllata dal governo, mentre tanti altri trovarono rifugio sulla costa mediterranea o scapparono all’estero.

In questo contesto precario Dr. Antaki, sua sposa e fra Savé fondarono l’organizzazione caritativa dei “Maristi blu”. Il loro moto: “Viviamo la solidarietà con i più deboli, con le persone scacciate. Insieme alleviamo la sofferenza, sviluppiamo l’umano e seminiamo speranza”.

 

La fine dell’incubo

 

“Il 23 dicembre 2016 l’incubo per tutti gli abitanti di Aleppo ebbe fine”, scrisse Antaki in una delle sue numerose lettere, ora pubblicate in un libro in francese. Gli ultimi gruppi armati ribelli furono evacuati, le armi tacquero, la città fu riunificata. Ma a che prezzo! La distruzione nei quartieri orientali era quasi totale.

E come si presenta Aleppo oggi? “Se qualcuno visitasse la città oggi, la troverebbe bellissima”, ci spiegò Dr. Ataki a Losanna. In effetti, che differenza rispetto a due anni fa! Oggi i bistrot del centro-città sono pieni di gente, c’è elettricità quattordici, quindici ore il giorno, acqua corrente cinque giorni la settimana. Le macerie sono sparite dalle strade, i marcia-piedi sono stati rifatti, tutte le barricate rimosse. L’illuminazione delle strade è stata rimessa in sesto, così come i semafori. Le scuole hanno riaperto, qua e là qualche abitante ricostruisce la sua casa.

Ma per il medico Nabil Ataki, tutto ciò è soltanto chirurgia estetica. Ciò che sarebbe necessario è “chirurgia ricostruttiva”.

 

Grandi sfide

 

Chi rimane ad Aleppo più a lungo, si rende conto delle difficoltà della città, specialmente in campo economico. Secondo Antaki, oltre 80% delle famiglie è dipendente dell’aiuto umanitario, sopratutto alimenti e prodotti igienici. La disoccupazione è altissima, rispetto a prima della guerra i prezzi sono stati moltiplicati per dieci. Ma soprattutto, non arrivano gli aiuti internazionali per la ricostruzione, condizionati dai paesi occidentali a un cambio politico.

Le sanzioni economiche hanno avuto effetti devastanti: “Le sanzioni impediscono l’importazione di prodotti primordiali”, spiegò Antaki a Losanna. Anche se in teoria i medicamenti sono omessi dalle sanzioni, il rifornimento è in sostanza impossibile: “Come possiamo importare prodotti medicinali, se i paesi produttori vietano ogni transazione finanziaria con la Siria?”.

I Maristi blu seminano speranza

I Maristi blu possono contare sull’impegno di cento benevoli. In reazione alla catastrofe umanitaria hanno lanciato negli ultimi sei anni quattordici programmi d’aiuto nei campi della formazione, della salute e del lavoro.

Mentre dapprima CSI sosteneva i progetti in campo medicinale, adesso finanzia due programmi di reintegrazione nel mondo del lavoro. “Negli ultimi sei anni le famiglie erano per lo più dipendenti dell’aiuto umanitario per sopravvivere; è ora arrivato il momento per loro di vivere dignitosamente, del lavoro delle loro mani”, spiega Antaki. “Visto l’alto livello di disoccupazione, abbiamo deciso di offrire programmi di lavoro”.

“Heartmade”

È questo il nome del nuovo progetto finanziato da CSI. In un’officina sono rammendati vestiti usati, poi rivenduti in un negozio in città. Il progetto è diretto da Leyla Antaki, moglie di Nabil. Sono impiegate dieci donne, i prodotti sono destinati unicamente al mercato siriano; le sanzione ne impediscono l’esportazione.

Seroun è una delle sarte dell’officina. Durante la guerra si occupava principalmente delle due piccole figlie e cercava di guadagnare qualche soldo per la famiglia con piccoli lavori di sartoria. Il marito, farmacista, aveva perso il posto di lavoro nella guerra. La famiglia abita ancora nel quartiere cristiano-armeno di al-Midan, che ha sofferto molto della guerra.

Nel frattempo il marito di Seroun ha trovato un lavoro come macchinista. Lei è felice e molto grata di poter partecipare a “heartmade”: “Il programma ha avuto effetti molto benefici su di me. La mia auto-stima è cresciuta e finalmente posso aiutare a mantenere la famiglia”, confidò a John Eibner, direttore di CSI, nel corso dell’ultimo viaggio in Siria.

 

“Job”, micro-progetti per un nuovo inizio

L’altro progetto sostenuto da CSI si chiama “job”: un gioco di parole inglese che ricorda  il Giobbe biblico e il concetto di lavoro. Un corso intensivo di tre settimane trasmette ad aspiranti le conoscenze necessarie alla gestione di un piccolo commercio. Una giuria sceglie secondo criteri di realizzabilità, sostenibilità e rentibilità in seguito i migliori progetti, ai quali è concesso un capitale iniziale tra 3 000 3 5 000 franchi. I progetti sono poi accompagnati da un mentore.

Sono finora stati sostenuti venti micro-impreditori. Uno di questi progetti è un negozio con materiale elettrico nel quartiere di al-Zabelya, nella parte orientale della città fino a due anni fa in mano ai ribelli. Il negozio è gestito da Zakaria e Hashem. Quest’ultimo vendeva già negli anni di guerra prodotti elettrici nella parte della città in mano al governo.

I due giovani sono strafelici: “Finalmente siamo indipendenti. Miriamo a lungo termine ad ampliare il negozio con articoli per l’arredamento interiore”. Hélène Rey

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Progetto Siria